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Questo è il racconto doloroso di un fatto vero avvenuto nella nostra terra, che i nonni ci narravano le sere d'inverno, davanti al camino, con animo triste e melanconia.
Era il secolo scorso, e correvano gli anni in cui la gente di Brianza pregava il Signore per allontanare la fame, la guerra e la tempesta. Gli eventi avversi e la grande miseria regnavano cronici e sovrani, mentre la povera gente si ammazzava di lavoro per sbarcare il lunario, tra grandi stenti e tante bocche da sfamare.
Il "legnamèe " era un artigiano della nostra terra, che non lavorava né per l'aristocrazia né per il commercio bensì prendeva le sue commesse dai contadini. Il suo lavoro non era costante perché subiva l'influenza delle stagioni e i pagamenti spesso languivano per la grande carenza di denaro in circolazione. Per procurarsi di che sfamare la famiglia, si ingegnava a far di tutto, dalle gambe delle sedie alle doghe delle botti dai denti di rastrello agli assi da mastello, il tutto per ricavare quei due "ghei" che servivano per pagare il pane comune per la famiglia, poche "saracene" e anche qualche gocciolante fetta di gorgonzola, da mangiare con la polenta. |

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I tempi erano durissimi e quando proprio non c'era nessuno che avesse lavoro da dargli, girava per le osterie nell'intento di trovare avventori o "sensali" che avessero qualche commessa per lui, oppure per offrire le sue braccia per un qualsiasi lavoro che gli permettesse di guadagnare qualche soldo per la famiglia.
Fu così che una sera all'osteria, sotto i tigli, fra una partita di "triset", un "tir de mura" e un bicchiere di "pincianell", il "Baleta", un benestante della zona e il burlone del momento, dopo una loquace ed animosa "trattativa", convinceva il "legnamèe" ad eseguire un lavoro certosino e faticoso, ossia rimuovere ed asportare tutto il selciato o "risciul" del piazzale del convento della Misericordia.
Nessuno ricorda quanti metri quadrati fossero, certo è che trattandosi dell'area antistante il monastero lascio ai lettori immaginare la vastità della superficie interessata ali intervento.
Il "legnamèe " di buona lena iniziò subito il faticoso lavoro, diretto dall'ansia di guadagnare un bel gruzzolo per sua moglie e i suoi bambini, continuò felice per parecchie settimane, fino al completamento dell'opera commissionata. Ammonticchiati i sassi e ultimato il gravoso lavoro il "legnamèe" si presentò ali 'osteria dei tigli per riscuotere il compenso dal "Baleta", il quale schernendolo gli disse che si era trattato di uno scherzo per creduloni e che quel lavoro non serviva a nessuno e pertanto nessun compenso era dovuto.
Il "legnamèe" rimase di stucco, pensò subito alla delusione di sua moglie che all'indomani doveva pagare il prestinaio per settimane di pane fornito a credito, pensò ai suoi figli magri e senza un futuro certo, e si sentì perduto.
Le cronache dell 'epoca riportano che il "legnamèe", in un incontenibile impeto d'ira, si scagliò sul "Baleta " e lo uccise con il piccone che era servito per sradicare il selciato. E mentre la Brianza usciva dal tunnel della miseria grazie alla ingegnosità e al duro lavoro di uomini come il "legnamèe", di lui e della sua famiglia non si seppe più nulla.
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