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Piazza e Mercato

Luogo di straordinaria aggregazione è la piazza, spaziosa ed ombreggiata da alberi anche di alto fusto, primo punto di ritrovo per chi si reca al convento. Nei gioni festivi vi si tiene mercato di "cose commestibili" e la cosa è puntualizzata come riprovevole già dal card. Carlo Borromeo; ma il mercato incrementa la sua attività nel corso del Seicento e richiama di domenica gran folla.

Testimoni oculari descrivono efficacemente il rumoroso e pittoresco affaccendarsi della gente e notano come, sotto il pretesto di vendere commestibili, in realtà si venda di tutto: ferramenta, cuoio, pietrame, cappelli e tele, legnami e sementi, vetri, pollame e cacciagione, palle e polvere da sparo. Si ammassa ogni sorta di roba, cavalli arrivano con le some cariche; chi compra e chi vende, chi fa contratti di grano, legna, bestiame e altro. Inevitabilmente sorge e si acuisce un vivace contrasto tra i frati ed il clero locale che si vede danneggiato nella propria azione pastorale: dal 1714 il mercato viene spostato al sabato.
Ben più accanita guerra devono sostenere i religiosi quando un possidente locale, tale Francesco Tomaso Crippa, mette gli occhi sulla piazza e ne rivendica la proprietà, per controllare attraverso imposizioni i lucrosi proventi del mercato. Accampa privilegi e diritti che sarebbero stati concessi ai suoi antenati, agisce con la forza e la prepotenza, esibisce scritture che ad un esame critico risulteranno manifesta-mente false; l'autore materiale dell'azione criminosa, tale Giacomo Antonio Galluzzi milanese, dopo un lungo proces-so verrà riconosciuto colpevole di "esercitare Qnfame pro-fessione di fabricatore e inventore di false scritture d'ogni genere" e condannato a morte (1685). Ai frati resta il pacifi¬co e non più contestato possesso della piazza con relative "autentiche raggioni ed esenzioni".
I religiosi che vivono nel convento (di cui i documenti ci tra-smettono spesso i nomi) non formano mai una comunità molto numerosa: sono una decina in media nel corso del Cinquecento, una quindicina all'inizio del Settecento; se ne contano 24 nel 1757 ma diminuiscono ancora entro la fine del secolo. Vivono di questua, percorrendo il territorio delle pievi di Missaglia e di Agliate, da Carate a Cernusco, da Cassago a Campofiorenzo; celebrano messe e funerali e ne ricevono elemosina dai fedeli, amministrano i proventi dei legati, ricavano frutti dal poco terreno entro il recinto del convento. "Non hanno redditi propri" ripetono i documenti, ed è un titolo di merito, a cui dobbiamo aggiungere la vita di studio, preghiera e lavoro nonché la cooperazione esterna nell'attività pastorale parrocchiale.
Il mercato fu' uno dei piu' fiorenti del circondario, si affievolì fino a scomparire durante la grande guerra.



 
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